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La Storia

Portis in una foto del 1950 circa

Portis in una foto del 1950 circa

CENNI SU PORTIS E LA CHIESA DI SAN ROCCO

(ricostruzione di Mario Gollino)

I Portolans sono gli abitanti dell’unico paese distrutto dal terremoto e che non è stato ricostruito lì dove era stato per secoli.

Portis era un piccolo paese, situato fra le pendici della montagna ed il greto del fiume, con case senza particolari pregi architettonici, la maggior parte vecchie, tutte addossate le une alle altre, con spazi ristretti e poche comodità.

Ma il fatto di vivere a stretto contatto ha cementato un fondo di socialità ed uno spirito di corpo fra la gente che  ha fatto sì che i Portolans fossero sempre presenti nelle iniziative a carattere sociale all’interno del comune.

È questo spirito che vuole impedire che la vegetazione cancelli, con le case, anche tutta la secolare storia del paese. È questo spirito che ha partorito l’idea di far rivivere l’antica chiesa di San Rocco.

 

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Antica mappa di Portis antecedente la ferrovia (1800 circa) Catasto austriaco

La chiesa (in rosso scuro nell’immagine a fianco) sorgeva su un promontorio roccioso che si spingeva arditamente verso le acque del Tagliamento e che ha permesso, al suo riparo, la nascita del paese. A quei tempi le ferrovie, vecchia e nuova, non c’erano. Ai lati c’era una ripida scarpata che finiva sul fiume e che i Portolans di una certa età si ricordano benissimo.

Le acque, sbattendo sul lato nord del promontorio venivano ributtate verso Pioverno e quindi, sul lato sud, si formava una risacca che permetteva alle zattere, che portavano il legname all’arsenale di Venezia, di sostare, ed ai zatterai “čatârs” di rifocillarsi, riassettare il carico e ringraziare il Signore per lo scampato pericolo, visto che il proseguo era meno impegnativo.

In Carnia, nei luoghi di partenza delle zattere, ho sentito parlare di una chiesetta dei čatârs; era con molta probabilità la chiesa di San Rocco.

Non credo fosse la chiesa di Santa Lucia, che si trova 500 metri  a sud, alla chiusura dell’ansa del Tagliamento e che era il posto dei naufragi, di chi cioè, durante le piene, mancava l’ingresso nel “porto” e finiva contro il “clapon de cengle” (cintura di sassi), il grande masso che, se urtato,  provocava la rottura della zattera ed il  naufragio dei “čatârs” sul sasso. Tutti noi ci ricordiamo dei racconti dei nostri avi che si riunivano con il prete di fronte al “clapon”, a pregare che le acque si ritirassero e che la vita dei naufraghi fosse salva, ma alle volte salivano e finiva in tragedia.

L’avanzare della rete viaria dal sud ha fatto si che, fin dalla metà dell’ottocento, il percorso delle zattere finisse a Portis, dove veniva caricato sui carri per proseguire per Venezia. La “cjase dai Lensos” e quella di “Toni dal Moro” erano ben attrezzate a questo scopo con ampi sottoportici per il ricovero dei carri e stanze per il riposo delle persone.

L’arrivo della ferrovia, nella seconda metà dell’ottocento, oltre ad accorciare la chiesa ha posto fine alla fluitazione, il trasporto del legname sul fiume ed ha cambiato totalmente il paese di Portis visto che la ferrovia faceva da rosta di protezione.

Il grande fosso che si era creato fra la ferrovia ed il paese è stato riempito dalle macerie delle case e della chiesa distrutte dal terremoto del 1976.

Con le macerie è stata riempita anche la grande scalinata “strete dal’âghe”, ora completamente ripristinata, che a fianco alla chiesa porta al fiume.